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Un caffè con... Marco Tomietto!

Care Lettrici e Cari Lettori,
penso molti di Voi già conoscano il collega +Marco Tomietto. Penso molti di Noi quando leggevano quanto scriveva sui social network o nel suo sito si sono chiesti: "Ma questo collega che cosa fa?" e altre volte ci siamo chiesti: "Ma che cosa ricerca?".
Lo abbiamo incontrato e in questa intervista cercheremo di rispondere almeno in parte a queste domande...con l'attesa di avere altre spiegazioni!

Buon Giorno Marco e benvenuto in Infermieri Pordenone

Buon giorno a Voi

Marco, so che stai facendo un percorso di ricerca. Come mai hai scelto di studiare l'infermieristica partendo da un approccio diverso?

Credo si possa dire che ho decentrato lo sguardo. Infatti sono convinto che la bontà di qualcosa emerga quando la sua efficacia è dimostrata confrontando prospettive di studio diverse.
Inoltre l’assistenza infermieristica stessa coinvolge dimensioni inter-disciplinari per natura...e questa complessità non può essere ridotta ad una prospettiva unica di studio.
Non dimentichiamo infine che un buon risultato assistenziale raramente è il frutto di una singola eccellenza, quanto l’espressione di un contesto e di un gruppo che funziona.
Da queste convinzioni, per me, nasce l’importanza di “decentrare” lo sguardo, anzi forse “decentrare” permette in realtà di cogliere meglio le questioni centrali della nostra professione e dei nostri contesti di lavoro.

E proprio da qui nasce il tuo interesse per la Psicologia delle Organizzazioni e lo studio dei processi occupazionali e di inserimento lavorativo...

Esattamente, insieme anche alla convinzione che in questo momento storico siano i giovani colleghi e i neo-laureati ad incontrare le situazioni più sfidanti e l’esito di queste sfide disegnerà anche il volto della nostra professione in futuro. Una prima sfida è sicuramente quella di trovare lavoro. Anche una volta trovato, può essere difficile inserirsi in contesti segnati da carenza di personale e carichi di lavoro, all'interno di contesti lavorativi complessi. Già in periodi più “felici” l’inserimento lavorativo e il passaggio formazione-lavoro era un argomento scottante... oggi credo lo sia ancora di più. Il risultato del primo incontro di un neo-laureato con il mondo del lavoro credo contribuisca anche a formare la sua identità professionale non meno dei tre anni di formazione da studente.

Se capisco bene, in questa prospettiva le dinamiche organizzative potrebbero disegnare il volto di una professione...

Beh forse detta in questi termini è un po’ forte... Sicuramente un’identità professionale nasce dalla formazione ricevuta e dal lavoro delle rappresentanze della professione, tuttavia non tralasciamo che il mondo del lavoro può (o meno) aprire prospettive di sviluppo e di espressione delle competenze...può permettere di esprimere o meno l’identità maturata o in via di maturazione...non è poco per chi è in fase di inserimento. Ad esempio un neo-laureato che non vede prospettive lavorative stabili o lavora un mese in un contesto e il mese dopo in uno diverso, potrebbe essere portato ad esprimere l’assistenza come una serie prestazioni e potrebbe non essere motivato ad investire nello sviluppo di competenze avanzate...questo in via ipotetica. Oppure pensiamo ad organizzazioni che sfruttano questa situazione di instabilità creando situazioni di de-mansionamento e de-professionalizzazione, è recente purtroppo la denuncia del Collegio di Torino di casi di caporalato ad esempio (In corsia scatta l'allarme caporalato).

Direi che gli esempi rendono l’idea ed anzi penso che possano rispecchiare la realtà. Certo una situazione di questo tipo potrebbe avere un impatto anche sull'erogazione dell’assistenza stessa e sulla gestione del personale. Che ne dici?

Infatti! L’instabilità lavorativa potrebbe alterare la visione globale dell’assistenza per i neo-assunti e avere un impatto anche sulla sicurezza del paziente.Inoltre non dimentichiamo la dimensione di efficienza...
Un inserimento lavorativo inefficace genera instabilità e turnover e potrebbe vanificare quanto la pubblica amministrazione ha investito in costi di selezione e reclutamento di nuovo personale...prova a pensare se, dopo aver indetto e gestito un concorso in cui si sono presentati migliaia di candidati, i pochi assunti non avessero poi un buon inserimento o, peggio, sviluppassero turnover nell'arco di poco tempo... non credo che in periodi di crisi economica ci si possa permettere una situazione di questo tipo. Ragionare sull'efficacia delle dinamiche occupazionali e dell’inserimento lavorativo, secondo me, equivale a riflettere su una gestione efficiente del personale neo-assunto.

Ed è da qui che nascono i progetti “ICAROs” e “Occupy Nurses!”

Questa in sintesi la filosofia che sta alla base di queste iniziative: i risultati di ICAROs sono in fase di elaborazione e sono stati via via condivisi. Al momento i risultati sembrano incoraggianti.
Il progetto aveva visto il contributo di circa 300 colleghi da 18 Regioni italiane nel corso del 2012 e questa partecipazione credo possa essere un indice di come il tema sia sentito dalla professione (ICAROs: Improving Conditions of Adjustment in Registered nurse Organizational Socialization).

Occupy Nurses! invece è in fase di svolgimento (Occupy Nurses!) e vuole indagare come sono cambiati gli scenari occupazionali negli ultimi 10 anni, se qualcuno vuole dare un’occhiata e magari partecipare è il benvenuto. Ogni contributo permetterà di rappresentare meglio la nostra professione.

Sicuramente queste iniziative sono attuali e in linea con le azioni che stanno intraprendendo le rappresentanze professionali, come il “patto fra generazioni” (Il link del "patto") e la richiesta di sblocco del turnover (Assunzione nuovi infermieri nel settore pubblico: l'Ipasvi chiede al Governo lo sblocco del turn-over )... 


Grazie allora Marco e in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti! 
Ci diamo appuntamento per gli sviluppi di queste iniziative!


Buona assistenza a tutti
+Infermieri Pordenone
+Marco Tomietto
+Gregorio Segatto

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